Una biblioteca ricostruita

 

Marco Palma

Una biblioteca ricostruita

A proposito del libro di Lucia Merolla, La biblioteca di San Michele di Murano all’epoca dell’abate Giovanni Benedetto Mittarelli. I codici ritrovati, Manziana, Vecchiarelli, 2010

(Roma, San Gregorio al Celio, 14 giugno 2010)

 

            Questo è un libro dai grandi numeri: si propone di individuare la maggior quantità possibile degli esemplari di una biblioteca manoscritta del Settecento, partendo dal catalogo a stampa del Mittarelli. Vasto programma, data l’enorme dispersione subita dalla raccolta in oltre due secoli di soppressioni, alienazioni, furti, trasferimenti ed eventi variamente classificabili.

            Dei 1212 item dell’antico catalogo ne sono stati identificati 611 (415 dei quali per la prima volta in questa occasione), vale a dire poco più della metà, il che dà l’idea sia di quanto è stato fatto sia di quanto resta da fare. Di altri diciotto codici di cui si conosce con certezza la presenza sugli scaffali di San Michele l’autrice ne ha individuati nove, rimanendo quindi nella media. Le sedi di conservazione sono ben 32, in Europa e negli Stati Uniti.

            La ricostruzione di antiche biblioteche è un tipo di ricerca che ha numerosi precedenti, che si basano tuttavia, quando esistono, su cataloghi in genere più antichi di quello di Mittarelli. Se mancano descrizioni o inventari, si cercano ex libris o segni di proprietà che riconducano ai precedenti possessori. In questo caso si disponeva di un lavoro scientifico vero e proprio, quale può definirsi un catalogo redatto secondo le regole dell’erudizione settecentesca. La difficoltà consisteva quindi nel reperimento di manoscritti contenenti in buona parte testi di età moderna o ampiamente diffusi, la cui natura rendeva l’impresa la classica ricerca dell’ago nel pagliaio.

            Al riconoscimento dei testi si aggiungeva il problema dei numerosi cambiamenti subiti dagli esemplari nella loro veste esterna, a cominciare dalla legatura. Dal Settecento a oggi la concezione del rispetto del libro antico è mutata in modo radicale: fino a qualche anno fa le coperte e le carte di guardia che conservavano antiche segnature o comunque elementi utili per la storia del codice venivano asportate e distrutte senza troppi problemi. Il fatto è tanto più grave in quanto, come ricorda l’autrice (p. 44), l’elemento decisivo per l’identificazione di un codice di San Michele è rappresentato dalla presenza di un cartellino cartaceo con la segnatura nella parte inferiore del dorso. All’interno del piatto anteriore era inoltre generalmente incollata una nota di mano di Mittarelli recante le informazioni principali (p. 42): indice del contenuto, segnatura, datazione, formato e materia.

            Dei manoscritti identificati si dà una descrizione particolareggiata (anche se l’autrice la definisce breve, p. 47) di quelli consultati personalmente, mentre si forniscono informazioni provenienti da altre fonti per quelli la cui autopsia non è stata possibile. La scheda descrittiva, come del resto era facile immaginare data la biografia professionale di Lucia Merolla, segue il classico modello ICCU, strutturato in sezioni facilmente riconoscibili perché contraddistinte da un titolo in caratteri maiuscoli e separate da spazi bianchi. Si comincia con una breve informazione (una o due righe) su materia del corpo del codice e delle guardie, composizione (la formula usuale è ”fascicoli legati”), datazione, numero complessivo di carte e guardie, dimensioni. Si entra quindi nello specifico della descrizione esterna con le sezioni Carte, Decorazione, Legatura, Storia del manoscritto. Fra queste, come anticipato in premessa (p. 47), lo spazio più ampio spetta alla storia del codice, della quale si forniscono in forma discorsiva numerosi elementi ricavati dall’esemplare o da altre fonti.

            Segue la descrizione interna, che in questo caso ha presentato difficoltà non indifferenti a causa della mole e dell’eterogeneità dei testi. I manoscritti di età moderna contenenti materiali archivistici (o anche di studio) dei monasteri camaldolesi costituiscono infatti una vera sfida per quanti, abituati al numero relativamente modesto di testi presenti negli esemplari medievali, vogliano darne puntualmente conto. Il problema non concerne tanto l’identificazione dei testi, che sono normalmente forniti di autore e/o titolo, quanto della presentazione di contenuti estremamente varii e difficilmente riassumibili in un’espressione. Anche in questo caso si è seguito il modello ICCU, preferendo l’identificazione dei personaggi nominati a quella dei testi (p. 47). Inevitabile è stato comunque il ricorso all’elaborazione di titoli d’insieme per dare un’idea del contenuto delle numerosissime miscellanee dei secoli XVII e XVIII.

            La descrizione è chiusa dalla bibliografia non a stampa e a stampa. La prima espressione indica materiale manoscritto o dattiloscritto: oggi verrebbe naturale pensare a notizie o descrizioni reperibili in rete, ma questo lavoro è iniziato quando l’era della conoscenza diffusa per via telematica era in mente Dei. Commendevole è l’indicazione conclusiva degli strumenti di cui l’autrice si è servita per identificare, come dice nella premessa (p. 48), legature, nomi e testi: si tratta di una prassi non consueta in catalografia, che aiuta a seguire il percorso mentale, spesso difficile e contorto, seguito nel risolvere gli infiniti problemi proposti dai singoli esemplari.

            Un discorso a parte meritano gli indici, ben cinque, per complessive 159 pagine: sono quelli dei nomi, dei nomi nei titoli, dei codici identificati (secondo l’attuale segnatura), dei manoscritti identificati anche se non inclusi nel catalogo di Mittarelli, delle immagini. Gli ultimi tre prendono in tutto 11 pagine; il resto è dedicato alle prime due tipologie di questi strumenti indispensabili al reperimento delle informazioni in qualunque libro, e a maggior ragione in un catalogo di questa mole. Un’avvertenza estremamente dettagliata (pp. 591-592) contiene l’elenco delle qualifiche (o responsabilità) rivestite da persone, enti e luoghi inclusi nell’indice generale dei nomi per quanto riguarda la storia del manoscritto, il contenuto e i carteggi. Gli stessi nomi, se contenuti nei titoli (anche elaborati o d’insieme), si trovano tuttavia soltanto nell’apposito indice dei nomi nei titoli. Il lettore cui questo criterio risultasse meno istintivamente comprensibile dovrà quindi ricordarsi di verificare la presenza del nome che cerca nei due diversi indici. Ad esempio, l’abbazia di Montevergine è citata (sotto la a di abbazia) separatamente in entrambi: nell’indice generale perché figura in una copia, di mano di Anselmo Costadoni, di una lettera del settembre 1662 dell’abate Clemente Mencarelli da Jesi al generale dei cenobiti camaldolesi Pietro Ferracci da Cremona, contenuta alle pp. 109-115 del S. Michele 624 = Camaldoli, Biblioteca del Monastero di Canaldoli, S. Michele di Murano 624 (p. 257 del volume); nell’indice dei nomi dei titoli perché presente nel titolo di un estratto delle Croniche di Monte Vergine di Giovanni Giacomo Giordano, stampate a Napoli nel 1649, riportato alle pp. 61-63 del settecentesco S. Michele 565 = Camaldoli, Biblioteca del Monastero di Canaldoli, S. Michele di Murano 565 (p. 215 del volume).

            Questa osservazione si propone esclusivamente di ricordare che sono diverse e tutte valide le soluzioni praticabili di fronte a una messe così imponente di informazioni: spetta a chi utilizza libri come questo calarsi nei panni di chi ha concepito una simile impresa e non dolersi di ogni minima e ampiamente prevedibile fatica nel servirsene.

            Bisogna anche dire che questo libro è un mirabile ibrido, in quanto non è il catalogo di un fondo e nemmeno la storia di una collezione di manoscritti; non parte da zero, perché si basa su un lavoro precedente che era a sua volta più di un catalogo, e non arriva a una conclusione definitiva, perché circa metà degli esemplari presenti sugli scaffali di Murano a fine Settecento restano da identificare, ammesso che esistano ancora. È invece un esempio d’indagine che risolve un’infinità di problemi e ne apre tanti altri, com’è giusto che avvenga nella ricerca scientifica, che non conosce la parola fine.

            A questo proposito un’ultima osservazione: dei 601 manoscritti ancora da individuare rispetto all’opera di Mittarelli l’autrice fornisce le colonne in cui sono citati nel catalogo settecentesco per consentire «un avvio alla ricostruzione della loro effettiva consistenza» (p. 45). In realtà piacerebbe disporre illico et immediate di qualche informazione in più, ricavata da quella stessa fonte di non generale disponibilità che in un imprecisato futuro sarà consultabile in rete nella sezione Cataloghi storici della Biblioteca digitale italiana (p. 45 n. 25). Vorrà dire che chi proseguirà questo lavoro andrà a controllare Mittarelli: mi permetto infatti di dissentire dall’opinione espressa nella sua Premessa da Rino Avesani (p. 8), secondo il quale a questa nuova indagine potrà attendere la stessa autrice. A Lucia Merolla esprimo l’augurio di dedicarsi dopo decenni di lavoro ad altri temi, ai quali potrà applicarsi con la stessa acribia e costanza con cui ha ricostruito la raccolta manoscritta di San Michele di Murano.

Published in: on luglio 5, 2010 at 10:15 am  Lascia un commento  
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