I Codici Ritrovati

 In un’immagine di Caterina Tristano

Nell’era dell’informazione, non c’è nulla di cui si abbia più bisogno che di informazione. E questo è il primo e più evidente risultato del catalogo che oggi si presenta.  Informazione corretta, questa, verificata, ricercata con passione, con tenacia, attraverso il filo d’Arianna costituito dalle carte d’archivio, le relazioni (a volte invero noiose) di grigi funzionari ministeriali, ma anche di attenti e informati delegati del Governo veneto, come Don Sebastian Ongin Polacco, che nel 1806 così apre il testo dell’ inventario fatto redigere a seguito dell’ennesima chiusura della biblioteca del monastero, che era destinato a diventare sede delle truppe di Eugenio Napoleone: minaccia per fortuna non concretizzatasi, grazie all’intervento dell’abate Nachi e di Placido Zurla.

«La biblioteca di S. Michele a Murano…racchiuderà nel suo seno quarantamila volumi incirca. Le opere…mostrano il genio, lo studio, e la vasta erudizione, che un tempo spiegarono i Mauri, gli Ambrogi, i Delfini, i Grandi, i Calogerà, i Mittarelli, i Costadoni, i Mandelli. Un ben giusto elogio ricercherebbe il merito di questi geni illustri…».

Un’informazione, quella relativa alle vicende della grande “libraria”, giocata a volte sul filo del “gossip”, come il ricordo di quando, nel 1875, in occasione dell’incameramento da parte dello Stato dei libri di S. Gregorio al Celio dove erano stati depositati molti manoscritti e libri a stampa  provenienti da San Michele, i monaci nascosero i codici nella vigna del monastero, perché non fossero presi. Amore per quei libri, amore per l’Ordine e per il suo patrimonio culturale, analogo a quello che aveva spinto poco meno di 60 anni prima, nel 1819, Placido Zurla a nascondere un cospicuo nucleo di manoscritti a casa di amici a Venezia, perché non fossero confiscati dal Governo della città. Quegli stessi libri che lo stesso Zurla, qualche anno dopo, trasferitosi a S. Gregorio al Celio, fece portare a Roma.

Un’informazione, quella fornita dal volume di Lucia Merolla, che tiene conto delle tante vendite di libri alle quali i monaci di San Michele ricorsero dopo il decreto di soppressione delle corporazioni religiose emanato da Napoleone nel 1810, vendite che più tardi promossero anche i confratelli a Roma, come i 40 codici venduti alla Biblioteca Vaticana nel 1931, quando le nubi di guerra già si stavano addensando. E non era la prima volta purtroppo che i volumi di S. Michele venivano alienati singolarmente o in piccoli nuclei. L’autrice percorre quelle vicende, portando a testimonianza documentazione d’archivio, cataloghi di vendita, lettere, in cui spesso quei libri sono citati corredati di prezzo, come la vendita della Bibbia del 1462 acquistata a Genova per 3240 lire nel 1810 dall’allora direttore della biblioteca Braidense, o i manoscritti, gli incunaboli e il planisfero di fra Mauro assicurati nel 1811 dal Morelli alla Marciana, e gli Annali di Michele Glycas finiti a Oxford nel 1817, al pari del Galeno acquistato dall’allora British Museum.

Giustamente Rino Avesani in apertura alla premessa del catalogo, riportando una frase di Billanovich, definisce “divertente” la lettura di un catalogo e questo mi ha riportato a ricordi lontani e pur sempre presenti. Personalmente, non ho conosciuto qualcuno che si divertisse di più a colloquiare con manoscritti e notizie di manoscritti, come Augusto Campana, maestro di molti di noi, di cui non potrò mai dimenticare quella luce nello sguardo e quel leggero sorriso sul volto severo di quando, ragazzina alle prese con la tesi di laurea, mi guidava a riconoscere nei cataloghi di antiche raccolte di codici le impronte di umanisti e eruditi, di collezionisti e Signori rinascimentali, di accademici e rappresentanti di istituzioni ecclesiastiche o laiche, a volte volutamente lasciate (come timbri, sigle, note di possesso più o meno stese, segnature, legature), spesso nascoste tra le parole di un ex libris o di una lettera di dedica o di un semplice segno paratestuale a sottolineare un brano, una parola, un ricordo, un monito per uno sconosciuto scolaro. E mi lasciava a rincorrerlo, mentre le seguiva, quelle impronte, cioè quegli uomini e quelle menti, e colloquiava intellettualmente con loro e mi aiutava quasi a “farci amicizia”, a vederli nell’atto di scrivere, con la loro grande spiritualità e la loro piccola umanità.

La stessa sensazione si prova percorrendo le tante pagine di questo catalogo di libri “all’epoca dell’abate Giovanni Benedetto Mittarelli”. E si scorge quasi la fatica del primo formarsi di quella che diventerà, a valutarla con gli occhi del poi, la biblioteca di San Michele, e poi l’esplosione degli studi e dell’attività culturale, mi si permetta il plagio, “ai tempi dell’abate Paolo Venier”, attività culturale che per una biblioteca monastica si accompagna sempre a un’esaltazione della vita religiosa e comunitaria e, perché no, a un periodo di ricchezza patrimoniale, grazie all’attenzione mostrata da Papi e mecenati. E si vede quasi costruirsi quella comunità di monaci colti nelle lettere e nella scienza, che non potevano essere accettati “se non fossero in grado di leggere e cantare e se non avessero attitudine allo studio”, come recitano le Costituzioni del 1253, tanto che ricevevano la dispensa di possedere qualcosa, oltre che “stilum et cocolla”, come un breviario, un passionario, un Prisciano, un salterio. Siamo lontani dalla gran quantità di libri da coro scritti e miniati di cui parla il Vasari nella Vita di Lorenzo Monaco (p. 20)

Almeno uno di quei volumi è stato ritrovato, grazie alla cura degli uomini e alla ricerca quasi allo Sharlok Holms di Lucia Merolla (e fors’anche alla preziosità dell’oggetto), e ora è al Museo Correr; si tratta di un Salterio “completus…anno Domini Millesimo Tricesimo Sexagesimo Octavo a loco Sanctae Mariae de Angelis de Florentia cuius liber est iste” e poi, per dono o acquisto, finito a San Michele durante l’abbaziato del Venier. E’ scritto molto probabilmente proprio da quel don Iacopo Fiorentino (cioè Iacopo o Giacobbo de’ Franceschi) di cui parla Vasari e ornato con iniziali istoriate su fondo oro.

E simili dovevano essere quei Graduali che il domenicano Giovanni Dominici nell’anno 1400 consiglia alle monache del Corpus Domini di Venezia di prendere come esempio, in quanto “libros miniare potestis quia bene operamini satis”.

Figure di umanisti gravitavano intorno alla costituenda biblioteca di San Michele, giganti di cultura come il confratello di Santa Maria degli Angeli, Ambrogio Traversari, a cui il Venier chiede nel 1434 di allestirgli un libro contenente il Chronicon Casinense e il Dialogo sui miracoli di s. Benedetto dell’abate Desiderio di Montecassino. Cosa che il Traversari fa prontamente, facendo scrivere in una elegante “antiqua” un codice, ora conservato a Mosca, con iniziali ornate a bianchi girari e in oro, che lo stesso Venier dirà “pulchrum sane opus et volumen”.

Volumi, quelli richiesti al Traversari, sicuramente pagati a caro prezzo, come deve essere stata la Breviatio Donati  compendiata dallo stesso umanista o il lotto di manoscritti, acquistati nello stesso 1434 per San Michele dal monastero camaldolese fiorentino di San Benedetto per 30 fiorini, o quelli comprati dallo stesso monastero di Santa Maria degli Angeli nel 1422 (p.21-22)

E verso la fine del ‘400 arrivano i primi libri a stampa a “affollare” gli armaria della biblioteca e con essi gli autori medievali e le opere della classicità. Così, accanto a Riccardo de Mediavilla e a Niccolò da Lira, prendono posto Plinio, Cicerone, opere greche fornite dal Crisolora.

Ma molti manoscritti, a partire proprio dal governo del Venier, vennero prodotti all’interno dello scriptorium, dove i monaci “non solum auro, minio, exquisitisque coloribus paginas exornarent librorum…sed etiam speciosis elegantibusque litteris…et etiam emendarent vel novos concinnarent”. Pulchritudo, emendatio, concinnitas: parole d’ordine dell’umanesimo italiano. E, mentre si acquisivano libri scritti in elegante “antiqua”, si copiavano volumi “in lettera grossa” in “textualis”, come pare ravvisarsi in una lettera inviata dal priore di Santa Maria degli Angeli, Matteo Guidoni, nel 1401, al responsabile dello scriptorium di San Michele, dove si forniscono dettagliati precetti su come si dovessero allestire i codici, tenendo ben presente in ogni caso che essi non dovevano necessitare “nec correctione vel ordinatione” e si accenna addirittura all’invio di un exemplar , cioè di un foglio rigato e scritto da imitare. Ma si usava anche la “littera cursiva” per trascrivere testi aggiunti (forse una minuscola cancelleresca?) “et si quid ultra est, per littera cursiva scribatur, quia eam addere volo libro iam facto et ligato”  e una “littera cursiva bombisina” per testi non completi o da rivedere (è un riferimento alla scrittura usuale di base mercantesca?) “alia vero, que revidenda vel translatanda aliter viderentur, per littera cursiva bombisina scribi faciatis”.

Così, quando nel XVIII secolo il Mittarelli si dedica all’opera di recupero sul mercato antiquario di libri per san Michele, non trova quella biblioteca sguarnita. Entrano volumi appartenuti a umanisti del calibro di Francesco Barbaro, Pietro Bembo, Gasparino Barzizza. Entrano le Orazioni di Eschine con le note in greco e in latino di Ermolao Barbaro, un manoscritto ora a Bamberga, un manoscritto di studio, cartaceo e con semplici iniziali rubricate.

Entra l’Achilleide di Stazio, in un volume appartenuto ai Visconti e datato 1447, oggi a Oldenburg, che contiene anche i Carmina di Guarino Veronese e sei Fabulae terenziane: probabilmente, un frammento della cultura umanistica veneta.

Entra un codice greco della fine del X secolo, l’attuale Marciano greco II.181, proveniente dal Monte Sinai con le Omelie di s. Giovanni Crisostomo, studiato dal Mioni.

O il compendio delle opere di Giovanni Cassiano, contenute in un altro manoscritto greco della fine del X secolo, oggi a Parigi.

E  tra i codici latini presenti a san Michele all’epoca della redazione dell’inventario del Mittarelli, forse basta citare la Lectura in libros Decretalium di Domenico da San Gimignano, canonista degli inizi del XV secolo, un codice della prima metà del XV secolo, appartenuto a Ermolao Barbaro e con lo stemma della famiglia, passato a San Gregorio al Celio e di lì venduto alla Biblioteca Vaticana (oggi Vat. lat. 13724), un libro contemporaneo per il suo primo possessore, diciamo di aggiornamento professionale, studiato da Avesani (che ne ha corretto l’attribuzione) e Quaglioni (che ha sottolineato il ruolo del testo tradito per il rinnovamento ecclesiale promosso da Martino V) e probabilmente, sia per l’uno che per l’altro motivo, considerato degno di entrare a far parte della raccolta libraria di San Michele.

E accanto a questo, l’attuale ms. Vat. lat 13680, un codice composito, costituito di ben 11 unità codicologiche  contenenti, tra gli altri testi, la traduzione dell’Epistola di Basilio Magno a Gregorio tradotta e, sembra, trascritta autografamente, da Francesco Barbaro, l’Orazione del Traversari  tenuta al concilio di Basilea, anch’essa ritenuta autografa da Lucia Merolla, la Consolatio Venetorum di Lullo.

E’ un bel passeggiare tra antiche librerie e moderne biblioteche, il catalogo di Lucia, anche quando, nonostante i tanti successi, lei è costretta a marcare un dato negativo, è costretta a dire, indicando solo il numero progressivo dell’inventario del Mittarelli, “questo codice è disperso, non si trova più o io non l’ho trovato”. Ma non si perde la speranza, perché tanti sono i “segnali” di appartenenza alla biblioteca di San Michele che lei ha individuato e comunicato a chi consulta queste pagine con gli occhi della mente aperti, che è probabile riconoscerne qualcuno ancora che fa capolino tra altri volumi in una qualche grande biblioteca, come in una biblioteca minore o addirittura in qualche raccolta privata.

E quindi, grande merito va a chi, con l’umiltà del ricercatore, offre oggi alla comunità scientifica l’esito del lavoro di tanti anni e il recupero di gran parte di quell’immensa biblioteca. Credo che migliore apertura del lungo processo che vedrà nel 2012 le celebrazioni del millenario camaldolese non si poteva sperare.

Grazie

Published in: on luglio 17, 2010 at 6:40 am  Lascia un commento  
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