La Biblioteca di S. Michele di Murano

 

Presentazione del libro  

La Biblioteca di S. Michele di Murano

di Lucia Merolla

S. Gregorio al Celio, 14 giugno 2010

    A cura di P. Ugo Fossa

 merolla

 

 Il mio compito è quello di ripercorrere alcune tappe del contesto culturale, interno alla congregazione camaldolese, relativo a studi, biblioteche, inventari ecc., che ha portato il Mittarelli alla creazione della Bibliotheca (ovvero Catalogo) codicum manuscriptorum di S. Michele di Murano.

 Capita frequentemente a Camaldoli che arrivano persone alla porta e chiedono di vedere la Biblioteca. Questo significa che nel sentire comune si identifica un monastero con la tradizione culturale, che una Biblioteca in qualche modo vuole rappresentare. Richiesta più che legittima, spesso delusa dalla risposta che si è costretti a dare: la struttura della Biblioteca c’è ancora; il materiale librario antico, espressione reale degli interessi della comunità religiosa, della storia e dello sviluppo della stessa nei secoli, non c’è più o, nel migliore dei casi, lo si trova raccolto in un centro o disperso in Biblioteche e Archivi di Stato.

Il caso di Camaldoli è al proposito eclatante: se vuoi vedere o consultare mss. librari di Camaldoli devi andare alla Biblioteca Nazionale Centrale o alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze oppure alla Biblioteca della Città di Arezzo o alla Rilliana di Poppi. Questo tipo di cronaca la conoscono tutti quelli che frequentano biblioteche monastiche. L’ho voluta ricordare per coloro che eventualmente non la conoscessero.

 Ad ogni monastero la sua Biblioteca. Così fu per S. Michele di Murano, il monastero camaldolese più importante insieme a S. Maria degli Angeli di Firenze, più dello stesso Camaldoli in certi periodi. A livello culturale possiamo affermare, senza possibilità di venire smentiti, che S. Michele e S. Maria degli Angeli hanno tenuto alto per vari secoli il nome della Congregazione camaldolese, mentre la casa madre della congregazione ha conservato lo spirito camaldolese, garantito dalla presenza costante al S. Eremo di Camaldoli di una comunità viva, aperta al dialogo con l’ausilio del sottostante cenobio.

 Comunità che si appresta a celebrare il primo millennio della sua storia, seguita da S. Michele di Murano che nello stesso anno (2012) celebra il suo VIII centenario da quel lontano 1212 quando il vescovo di Castello, Marco di Nicola, e il vescovo di Torcello, Bono, contemporaneamente ma con atti distinti donavano ad Alberto abbate del Camaldolino di Verona che accoglieva, a nome di Guido priore di Camaldoli, la chiesa di S. Michele, accanto alla quale si svilupperà poi il noto monastero.

 Circa la Biblioteca di S. Michele – mi riferisco a quella promossa dagli annalisti camaldolesi, Mittarelli e Costadoni -, della quale oggi esaltiamo la ricchezza con la pubblicazione dei suoi tesori, fatica non indifferente della dott.ssa Lucia Merolla. La novità -se tale si può chiamare – di questa sta nel fatto della sua funzionalità in relazione alla storia dell’Ordine. Se altre biblioteche monastiche rifornivano le loro sale per il piacere di possedere all’interno il meglio della cultura che via via si andava producendo nelle tipografie e rendere così edotti anzitutto i monaci e poi i frequentatori della stesse, la Biblioteca di S. Michele di Murano, oltre a questa finalità, ne aggiungeva un’altra non meno importante per l’Ordine ma pure per la storia universale. La Biblioteca muraniana ha funzionato come raccolta di strumenti per la costruzione della storia dell’Ordine – il frutto più maturo sarà l’opera monumentale dei nove tomi degli Annales Camaldulenses ­ per cui accanto ad un testo di spiritualità trovi una miscellanea di documenti d’archivio; accanto ad un testo letterario trovi un catastico e vicino ad un santorale la storia delle chiese veneziane. Questa disomogeneità di contenuti ritengo abbia creato non poche difficoltà alla Merolla nel costruire un tutto omogeneo nel suo lavoro.

 Un po’ diverso il caso di Camaldoli, almeno per il secolo che ha visto il nascere e lo svilupparsi del monastero lagunare, cioè il XIII. Qui fin dall’inizio si ebbe ben chiara la distinzione tra Biblioteca e Archivio, favorita dalla divisione di Camaldoli in due strutture: il S. Eremo ed il Monastero di Fontebono. Nel primo si sviluppò spontaneamente lo scriptorium librario e nel secondo lo scriptorium diplomatico. II primo fu affidato a due monaci dell’Eremo: Peregrino e Simone, il sacrista mistico ed il testimone attento delle sue rivelazioni. Nel secondo, ubicato nel cenobío di Fontebono, si cimentarono altri due monaci: Simone e Ranieri, i quali già nel 1269 avevano regestato oltre 1500 documenti tanti quanti ne poteva contare fino a quell’anno la comunità monastica. Si conserva tuttora nell’archivio di Camaldoli un codicetto, cartaceo del secolo stesso dell’arrivo della carta in Italia, appena restaurato, inedito, purtroppo incompleto, che potrebbe risalire all’originale. E’ tutto da studiare.

 Fa parte di questo periodo la costituzione di un “corpus legislativo” il cui contenuto lo scriptorium di Camaldoli moltiplicherà in vari esemplari da trasmettere ai monasteri dell’Ordine. Risale ancora a questo periodo la prima legislazione relativa alla gestione della Foresta di Camaldoli, la cui massa di documenti confluirà poi nel cosiddetto “Codice Forestale di Camaldoli”.

 A proposito vi comunico una buona notizia: è in fase di arrivo la digitalizzazione della congerie di documenti, solo in parte raccolti in volumi, sparsi tra l’Archivio storico di Camaldoli e l’Archivio di Stato di Firenze, dove confluì, dopo le soppressioni dell’ottocento gran parte del materiale archivistico, sia diplomatico che cartaceo, di Camaldoli. II progetto del recupero informatico dei materiale relativo alla Foresta camaldolese con lo studio e la pubblicazione di testi è condotto avanti con entusiasmo dall’ INEA (= Istituto Nazione Economia Agricola). Iniziativa che si annuncia parallela ad altre in programma in vista delle celebrazioni millenarie di Camaldoli.

 Non vi dispiaccia se io ora vi offro un excursus veloce e sintetico della storia dei libro e di consequenza dello sviluppo delle Biblioteche nella Congregazione camaldolese. Non si fa alcun cenno al libro nella Consuetudo camaldulensis ovvero nelle prime Costituzioni di Camaldoli risalenti al 1080 circa edite dal B. Rodolfo I, 4° priore di Camaldoli. Fenomeno spiegabile per il carattere teologico/sapienziale della Consuetudo, che non si perde nella descrizione dei particolari del vivere quotidiano. Una prima testimonianza del libro si ha nel Liber eremitice Regule (LER) del secondo Rodolfo, anch’egli priore di Camaldoli a metà secolo XII, uscito in edizione critica insieme alla Consuetudo nel 2004 a cura di Pierluigi Licciardello, a proposito della lettura a tavola, con lo scopo – cito dalla traduzione del Licciardello – di “ricevere con gli occhi il cibo della mente mentre [i monaci] assaporano con la gola il ristoro dei corpo” (Licciardello, p. 40). A fronte di una sola citazione del libro, l’autore del LER, è portatore di una notevole cultura filosofico/teologica, come dimostrano le citazioni nel testo che sono tante e tali da formare una vera Biblioteca (cfr. Licciardello, p. lxix).

 Bisogna attendere le Costituzioni del priore Martino III (1253), il cui stile canonistico/moralistico giustifica il titolo delle stesse De moribus libri tres (Cataluccio-Fossa, p. 63) per avere una prima puntuale legislazione circa la formazione culturale dei monaci e nella scelta dei libri e nella normativa biblioteconomica e archivistica, finché con il priore Gerardo (1278) non si perviene alla grande apertura agli studi e alla frequentazione delle Università da parte dei giovani monaci. A proposito delle Costituzioni di Martino III è in preparazione l’edizione critica a cura dello stesso Licciardello.

In questo periodo l’attività scrittoria a Camaldoli, e dal centro trasmessa alle famiglie periferiche dell’Ordine, costituisce la prima attività manuale del monaco. Condizione indispensabile per essere ammessi alla professione religiosa il “saper scrivere”. E’ divenuta proverbiale l’espressione, che si legge nelle Costituzioni di Martino III: si scit scribere, scribat pro monasterio (Annales Cam., VI, App., 54) Cataluccio-Fossa, p. 66). Monito fatto proprio, dopo qualche decennio da S. Maria degli Angeli di Firenze e da subito da S. Michele di Murano, dando la precedenza ai testi di carattere teologico/liturgico, esigenza primaria di ogni comunità in formazione di estrazione benedettina, che da all’”ora” il primato qualitativo su ogni altra attività.

 Significativo il fatto per Camaldoli che mentre ai monaci era severamente vietato il possesso sotto qualsiasi forma, si faceva eccezione per un numero, per noi esiguo per loro no, di cinque libri (Cataluccio­Fossa, p.90). La stessa presenza nella struttura delle celle eremitiche di uno spazio apposito per la conservazione dei libri – il cosiddetto Studiolo – sta a dimostrare l’attenzione portata dagli eremiti di Camaldoli allo studio e alla lettura, oltre evidentemente alla Biblioteca comune, cui si poteva attingere rispettando le regole del prestito e garantendone la restituzione entro limiti cronologici determinati. Emblematica la figura di Ambrogio Traversari nel ‘400 seduto nel suo studiolo intento alla traduzione dal greco nel latino umanistico delle “Vite de’ filosofi” di Diogene Laerzio o del “Prato spirituale” di Giovanni Mosco.

 La stagione degli Inventari di tutti i beni mobili e immobili della Congregazione – compresi i libri – ha inizio con la circolare che il priore Bonaventura da Fano nel 1317 inviava a tutti i prelati dell’ Ordine , cui tutti o quasi risposero con grande tempestività. Non poteva mancare quello di S. Michele di Murano, ma le mie prime superficiali ricerche non hanno al momento approdato a nulla. Un Registrum lnventariorum citato dagli Annalisti ( cfr. Annales Cam., V, p. 301) li avrebbe raccolti tutti, ma io non l’ho trovato.

 II primo inventario a Camaldoli organizzato con tutti i carismi di una compilazione ufficiale e paradigmatica per la Congregazione risale al 1406. Partecipano alla stesura le massime cariche dell’ Eremo di Camaldoli: il padre maggiore, oggi lo definiremmo Vicepriore (Martino da Assisi), il sacrista, carica che segue immediatamente quella del maggiore (Francesco da Poppi) e il giovane scrittore appena professo a Camaldoli (Michele da Montecchio); a lui il compito della trascrizione materiale del testo. Tre personaggi, tre modalità di intervento (factum, compilatum et scriptum).

 Mentre a Camaldoli si compilava il primo vero inventario della Biblioteca e a Firenze Ambrogio Traversari, appena ventenne, iniziava la sua attività di traduttore di testi mirati della tradizione patristica greca , in S. Michele spiccava la figura dell’abate Paolo Venier, che riusciva a rendere famoso il monastero veneziano già a quel tempo, riscuotendo la piena fiducia e sostegno del Traversari, una volta asceso alla presidenza della Congregazione camaldolese (anno 1431). Nel Venier il Traversari trovava un valido aiuto per la riforma dell’Ordine da lui promossa, tanto da affidargli compiti delicati come la vicaria dei monasteri veneti.

 La fortuna di S. Michele di Murano nel tempo trova qui le sue basi anche in relazione allo scriptorium del monastero lagunare. II futuro di S. Michele è debitore al grande abate che per oltre 50 anni governò con sagacia e sapienza il cenobio, che nei secoli seguenti raggiungerà grande prestigio fino ad ospitare tra le sue mura storici come Mittarelli e Costadoni, un letterato come Calogerà, numismatici, matematici, botanici e tanti altri, i cui nomi ed il cui valore scientifico potete leggere con profitto nell’articolo di mons. Giuseppe Croce edito in Italia Benedettina, vol. IX: I Camaldolesi nel settecento: tra larusticitasdegli eremiti e la erudizione dei cenobiti o nella stessa introduzione di Lucia Merolla al presente volume.

 La scoperta dei libro stampato nella seconda metà del quattrocento non lasciava indifferenti i lontani figli di s. Romualdo: comune agli eremiti di Camaldoli e ai cenobiti di S. Michele di Murano e di S. Maria degli Angeli di Firenze, e non vorrei dimenticare s. Romualdo di Ravenna, la corsa al rifornimento delle loro biblioteche della migliore produzione religiosa e non solo del momento. Testimone prestigioso di questa nuova stagione della storia camaldolese è D. Paolo Giustiniani, al secolo Tommaso, veneziano, il quale lasciava alle spalle la promettente carriera letteraria e forse anche ecclesiastica accanto al cardinale Contarini per addentrarsi nella, pur lussureggiante, foresta di Camaldoli , portando con sé, nella solitudine dell’Eremo casentinese, un patrimonio librario a stampa di notevole rilievo e per quantità e per qualità. D. Paolo ha pure il merito di aver voluto a Camaldoli quella che fu la prima tipografia in terra aretina (anno 1520), la quale, tra le altre cose, stampava la sua Regula de vita eremitica. Ma era così forte in Camaldoli la tradizione manoscritta che il Giustiniani, e proprio dalle pagine stampate della sua Regola, ordinava ai confratelli – cito dalla Regula nella traduzione italiana di D. Silvano Razzi (Firenze 1575, p.159) – di “scrivere libri”, “lavorarli di minio” e poi “legarli” (rilegarli).

 II passaggio poi a Camaldoli della biblioteca dall’interno al di fuori dello spazio sacro della sacristia, auspicato dallo stesso Giustiniani e caldeggiato dal Direttore della Biblioteca Vaticana Fausto Sabeo in visita all’Eremo di Camaldoli, motivato dalla ristrettezza dell’ambiente, nascondeva il nascere di una nuova mentalità, che, se da un lato non rinunciava all’incremento del patrimonio librario di natura teologico/morale, dall’altro si apriva allo sviluppo delle scienze storiche e naturali, di cui si faceva portavoce, all’interno della Congregazione, soprattutto il cenobio della Laguna.

 La stessa scienza biblioteconomica si fa sempre più puntuale e rigida in relazione alla salvaguardia del patrimonio librario comune e alla cura del libro erudito.

 Della puntualità delle norme, che vi risparmio, sono testimoni le varie redazioni degli Statuti che si sono susseguite nel corso dei secoli XVII e XVIII in tutte e tre le congregazioni camaldolesi: camaldolesi di Toscana, Cenobiti di S. Michele di Murano e Coronesi. Per la casa madre poi – Camaldoli – è significativo il caso che nel giro di mezzo secolo assistiamo a due nuove catalogazioni dello stesso materiale: la prima dell’anno 1637, il cui compilatore ci è ignoto, e la seconda del 1690, opera dello storico camaldolese, nonché archivista e diplomatista, Odoardo Baroncini.

 Tutti questi processi stanno a monte della stesura del Catalogo della Biblioteca di S. Michele di Murano, che oggi Lucia Merolla offre all’attenzione dei colti del nostro tempo dopo la lunga giacenza, passata quasi inosservata, della Bibliotheca codicum nelle grandi Biblioteche del nostro paese. Operazione questa della Merolla, che colma una grossa lacuna e che sicuramente – ce lo auguriamo tutti – darà occasione all’identificazione di nuovi manoscritti di S. Michele dispersi per il mondo.

 Bibliografia

P. Licciardello, Consuetudo Camaldulensis. Rodulphi Constitutiones, Liber Eremitice Regule edizione critica e traduzione, Tavarnuzze, Impruneta, SISMEL Edizioni del Galluzzo, 2004.

 M. E. Magheri Cataluccio – A. U. Fossa, Biblioteca e cultura a Camaldoli. Dal medioevo all’umanesimo, Roma, Anselmiana, 1979.

 J. B. Mittarelli – A. Costadoni, Annales Camaldulenses ordinis Sancti Benedicti quibus plura interseruntur tumceteras Italico-monasticas res, tum historiam ecclesiasticam remquediplomaticam illustrantia, 9 v., Venetiis, aere Monasterii Sancti Michaelis de Muriano, 1755-1773.

 S. Razzi, Regola della vita eremitica stata data dal beato Romualdo a i suoi camaldolensi eremiti. Ouero le constituzioni camaldolensi tradotte nuouamente dalla lingua latina nella toscana, In Fiorenza, appresso Bartolomeo Sermartelli, 1575.

 

 

Published in: on settembre 21, 2010 at 3:50 pm  Comments (7)  

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7 commentiLascia un commento

  1. Cara Lucia,
    mi sono imbattuto in questo blog cercando notizie sul catalogo dell’Abate Mittarelli. Che sorpresa sapere che hai scritto questo ricchissimo libro! Io ho bisogno di avere notizie il più precise possibile sul Marc. gr. VI 10 (che contiene scritti di musicografi), e sono fiducioso che nel tuo libro qualcosa troverò. Lo ordino immediatamente per la biblioteca della mia Università. Aspettando che arrivi, se potessi darmi qualche notizia tu…
    Grazie e molti auguri
    Angelo

    • Ti ringrazio per aver visitato il mio Blog; quanto prima risponderò in merito alle tue richieste. Un cordiale saluto!

      • Ho effettivamente descritto il codice greco che ti interessa nel mio volume a pp. 88-89. Ti riporto la scheda. Tieni presente che i caratteri greci con riesco a riprodurli correttamente sul blog. Cordiali saluti
        S. MICHELE 83* = BNM, Gr. VI, 10 (=1300)
        Recupero da catalogo
        (MIONI, Codd. Gr. Mss., II, pp. 12-13)

        Membr.; fascicoli legati; 1191-1200 stimata; cc. 208, mm 316 x 218 (c. 2).

        DECORAZIONE: 1191-1200. Iniziali semplici, ornate entrambe in rosso. Titoli in rosso.

        LEGATURA: 1701-1777; assi in legno di una precedente legatura, coperta in carta marmorizzata nei toni del noccio-la, dorso di pelle.

        STORIA DEL MANOSCRITTO: sul dorso, in alto, tassello di pelle rossa con impresso in oro “Ptolomaei Harmoni-con. Graec. Ms”, in basso resti del cartellino “a foglie” della biblioteca di S. Michele di Murano. All’interno del piat-to ant. annotazioni e “probationes calami” in greco ed ex libris a stampa della biblioteca di S. Marco; all’interno di quello post. altre “probationes calami”. A c. 1r c’era forse qualche notizia sull’età del codice, ma ora si legge soltan-to: ο„κονομίας νς’ „ουνίω … ς’ … γύρες ξ’; sulla stessa carta la nota di possesso e di contenuto di mano di Francesco Barbaro, già riportata da Mittarelli: “In hoc codice continentur isti libri, qui sunt Francisci Barbari quondam domini Candiani, quos emit a domino Georgio Trivisano: Musica Ptolomei, Commentariorum Porphirii in musicam Ptolo-mei, musica Plutarchi, musica Aristidis Quintiliani.” A c. 206v dedica a Serafino Fanario . Questo codice, come al-tri di Barbaro, appartenne probabilmente a Vittorino da Feltre e presso di lui, a Mantova, fu visto nel 1433 da Am-brogio Traversari, che ottenne di farne una copia per Niccolò Niccoli. Era forse il ms. che Ermolao Barbaro promette di inviare a Pico della Mirandola (Venetiae quasi alterum Byzantium, p. 35 nr. 16). È stato identificato da DILLER, Library of Barbaro, p. 258, con il nr. 1568 dell’elenco dei libri appartenuti a Francesco e Ermolao Barbaro. A cc. 1r e 206r timbro a inchiostro rosso della Bibliothèque nationale di Parigi, dove fu portato nel 1797; nel 1816 è pervenuto alla Marciana.

        1. cc. 1r-60r Claudius Ptolemaeus, Harmonicorum libri tres.
        Ai singoli libri sono premesse le tavole dei capitoli (cc. 1r, 23v, 42v).

        2. cc. 61r-77v pseudo-Plutarchus, De musica.

        3. cc. 78r-145v Porphirius, Commentarius in Ptolemaei harmonicorum. (lib. I, 1-4).

        4. cc. 146r-191r Aristides Quintilianus, Perˆ μουσικÁς (c. 146r).

        5. cc. 191r-197v De musica.

        6. cc. 198r-203r lin. 22 Bacchius senior, Sommario di musica.

        7. cc. 203r lin. 23-205r Bacchius (o Dionysius), Ε„σαγωγὴ τήχνης μουσικÁς (c. 203r).

        8. c. 205r Trimetri versus octo de Bacchii et Dyonisii doctrina musica.

        9. cc. 205v-206r Mesomedes, Hymni tres.

        BIBLIOGRAFIA A STAMPA
        MITTARELLI, pp. XVII-XVIII, coll. 70, 90 (cit. erroneamente “cod. 82”), 912, 957, 973-974, 982; ROMANIN, Storia di Venezia, X, p. 444 nr. 18; KIBRE, Library of Pico della Mirandola, nr. 1568; MIONI, Mss. greci, pp. 318, 319, 320, 333; DILLER, Library of Barbaro, p. 258 nr. 1568; MIONI, Codd. Gr. Mss., II, pp. 12-13; S. FRIGERIO, Ambrogio Traversari: un monaco e un monastero nell’umanesimo fiorentino, Siena, Edizioni ALSABA-Edizioni Camaldoli, 1988, p. 62; MEROLLA, San Michele di Murano, p. 689 e n. 17; Venetiae quasi alterum Byzantium, p. 35 nr. 16.

  2. Ho avuto da un volume antico la notizia dell’esistenza nella Biblioteca di san Michele a Murano di un testo manoscritto ma non riesco a venirne a capo. Le scrivo il titolo: Simon Tailler, Degli accidenti che si osservano ne’ tarantolati, e della cura primaria del tarantolismo. Codice 847. Mi può dare un aiuto, un indizio da seguire?
    Grazie
    Brizio Montinaro

    • Gentile Dottore, vorrà scusarmi del ritardo col quale le rispondo ma irrinunciabili impegni di lavoro mi hanno tenuta lontana dal Blog!
      La notizia che lei cerca è presente nel mio volume “La biblioteca di San Michele di Murano all’epoca dell’abate Giovanni Benedetto Mittarelli. I codici ritrovati”, 2. ed., Manziana, Vecchiarelli editore, 2012, nel codice S. Michele 847, cc. 327r-339r, sotto il titolo.
      Le invio il link che molto probabilmente Le sarà utile:
      https://bibliotecandoinsieme.wordpress.com/2010/06/21/la-biblioteca-di-san-michele-di-murano/
      Saluti dal blog di Lucia Merolla

      • Grazie alle sue informazioni e soprattutto grazie al suo magnifico lavoro che ho avuto tra le mani e ammirato ho trovato il manoscritto che inseguivo da tempo.
        A lei tutta la mia gratitudine
        Brizio

  3. Gent.ma dott.ssa Merolla,
    sto facendo delle ricerche sulla biblioteca di Francesco ed Ermolao Barbaro (e discendenti) e quindi utilizzando con grande profitto il suo bel libro su San Michele di Murano.
    Purtroppo per i libri non identificati bisogna ancora ricorrere al catalogo del Mittarelli, che da una nota del suo volume ricavo sarebbe stato leggibile online. Malgrado varie ricerche in rete, però, non l’ho ancora trovato. Mi sa dare qualche indicazione al riguardo?
    Complimenti per il suo lavoro (e per il blog) e saluti cordiali
    Fabio Vendruscolo


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